venerdì 13 settembre 2013

venerdì 23 agosto 2013

CHI PAGA I PASTI AGLI IMMIGRATI - TITO BOERI SU REPUBBLICA

Tito Boeri
Si respira aria di elezioni. E come in un consumato copione si torna a parlare a sproposito di immigrazione.Ieri al meeting di Rimini il vice-presidente del Consiglio, Angelino Alfano, ha proposto di far pagare vitto e alloggio dei detenuti stranieri ai paesi da dove provengono gli immigrati. Ci sono quasi 25.000 detenuti stranieri nelle carceri italiane. Non pochi di questi si trovano in questa condizione per il solo fatto di essere entrati illegalmente nel nostro paese, grazie al reato di immigrazione clandestina introdotto da un governo di cui Alfano faceva parte. Quasi tutti questi detenuti sono in carcerazione preventiva, messi in prigione senza quel “giusto processo” che oggi il vice-presidente del Consiglio torna nuovamente ad invocare per chi è già passato attraverso ben tre gradi di giudizio. Solo uno straniero su dieci può accedere a quelle forme alternative alla detenzione che oggi Alfano vorrebbe per altri conciliare addirittura con la presenza in Parlamento.
Come pensa il ministro di farsi liquidare i quasi 250 milioni che sarebbero richiesti per pagare vitto e alloggio per un anno ai più di 12.000 detenuti africani presenti nelle nostre prigioni? A chi chiederà Alfano questi soldi in Egitto? E nei paesi dell’Africa sub-sahariana dove il reddito pro-capite è di circa un euro al giorno contro i 50 del costo medio della detenzione in Italia? Vuol far morire di fame questi detenuti per riportarli alle condizioni dei paesi d’origine?
Oppure vuole abbassare ulteriormente il salario dei secondini? E perché al “meeting dell’amicizia” nessuno ha avuto alcunché da ridire su questa proposta? Dopo aver per mesi insultato il ministro Kyenge, nei giorni scorsi la Lega ha deciso di promuovere un referendum per abolire il ministero dell’Integrazione. In verità la Lega ha da anni agito consapevolmente per abolire l’integrazione degli immigrati. Il linguaggio cruento, il terrore sparso tra la popolazione autoctona, le leggi promulgate quando era al governo hanno un comune

martedì 20 agosto 2013

IL SENSO DEL VUOTO - Stefano Rodotà su Repubblica

Stefano Rodotà
In queste affannose giornate abbiamo avuto la conferma che il nostro sistema vive in un vuoto di politica e in una precarietà costituzionale che stanno corrodendo la democrazia in alcuni suoi elementi costitutivi – l’eguaglianza davanti alla legge e la costituzione della rappresentanza. La consapevolezza di questo rischio traspare dalle dichiarazioni del presidente della Repubblica sul rispetto delle sentenze e le condizioni per la concessione della grazia. Così come dalla decisione del Senato di affrontare con procedura d’urgenza la riforma della legge elettorale, ora presentata come priorità assoluta dal presidente del Consiglio. Ma queste indicazioni non paiono aver modificato il modo d’essere d’una politica ormai avvelenata. Sono gli effetti di un lungo incancrenirsi, mai adeguatamente contrastato. 
Ci si è affidati sempre più all’azzardo, si rimane appesi a dichiarazioni personali che possono fare o disfare un governo, l’orizzonte si riduce sempre di più, davvero si vive alla giornata, e persino la giornata si accorcia, si è appesi a quello che qualcuno dirà nella mezz’ora successiva. Privata di senso, prigioniera di emergenze vere o costruite, la politica italiana comunica un senso di vuoto. Lo rendono evidente le vicende del governo, poiché la dignità con la quale Enrico Letta cerca di farlo sopravvivere finisce con il sottolineare ogni giorno, impietosamente, proprio la dipendenza da una condizione che subordina questa sopravvivenza agli interessi di un autocrate e alle schermaglie personali che percorrono il Pd. L’estrema degradazione della politica la cogliamo in questo momento, con la minaccia di far cadere il governo qualora il Pd voti al Senato per la decadenza di Berlusconi. Un passaggio obbligato, una presa d’atto prevista da una legge votata anche dal Pdl, vengono trasformati in un atto di discrezionalità politica. 
Una volta di più la legalità scompare, quasi che non facesse più parte del nostro corredo istituzionale, mentre sarebbe il caso di riflettere sul fatto che nell’incandidabilità si riflette una più profonda logica costituzionale, la

martedì 30 luglio 2013

Videoforum di Repubblica con Pippo Civati

"La maggioranza rinvia perché ha paura di perdere" - di Andrea Carugati

«lo credo che abbiano davvero paura di perdere il congresso...».
Chi, onorevole Pippo Civati?
«L'attuale maggioranza che guida il Pd. Solo così si spiega la proposta di Epifani alla direzione di restringere ai solo iscritti il voto per il nuovo segretario. Tutti e 4 gli attuali candidati, me compreso, sono contrari ad abolire le prima rie apene per il segretario, dunque questa proposta non si spiega in altro modo che con una impasse del gruppo dirigente. O come un tentativo di rinviare il congresso alle calende greche».
Perché parla di un rischio rinvio?
«L’effetto di questa polemica sulle regole sarà molto probabilmente quello di rinviare ogni decisione all'assemblea nazionale di settembre. E forse in quella data l’attuale maggioranza avrà trovato un suo candidato, perché questo a me sembra il loro problema: nessuno di noi quattro va bene, neppure Cuperlo, perché ognuno di noi rappresenta una minaccia per lo status quo».
Secondo lei le regole delle primarie saranno modificate?
«Bisognava fare il congresso subito, a primavera, con le regole che abbiamo già. Come si è visto allungare i tempi non risolve nessuno dei problemi, anzi semmai li aggrava, le regole devono essere degli strumenti, non possono cambiare il corso delle cose».
Stavolta lei si trova d’accordo con Renzi. E anche con Cuperlo e Pittella. Tutti schierati per le vecchie regole.
«Tutti tranne uno, e cioè il candidato che ancora non c'è, quello della maggioranza attuale. Se lo avessero già trovato non staremmo qui a discutere ancora di regole. E gli elettori forse ci capirebbero un po' di più. Per paradosso mi viene da dire: allora ci dicano che c'è l'emergenza nazionale e che bisogna sospendere la vita democratica del Pd per non mettere in difficoltà il governo Letta. Il problema vero è che se vince uno dei noi quattro, compreso Cuperlo, qualche