martedì 30 luglio 2013

Videoforum di Repubblica con Pippo Civati

"La maggioranza rinvia perché ha paura di perdere" - di Andrea Carugati

«lo credo che abbiano davvero paura di perdere il congresso...».
Chi, onorevole Pippo Civati?
«L'attuale maggioranza che guida il Pd. Solo così si spiega la proposta di Epifani alla direzione di restringere ai solo iscritti il voto per il nuovo segretario. Tutti e 4 gli attuali candidati, me compreso, sono contrari ad abolire le prima rie apene per il segretario, dunque questa proposta non si spiega in altro modo che con una impasse del gruppo dirigente. O come un tentativo di rinviare il congresso alle calende greche».
Perché parla di un rischio rinvio?
«L’effetto di questa polemica sulle regole sarà molto probabilmente quello di rinviare ogni decisione all'assemblea nazionale di settembre. E forse in quella data l’attuale maggioranza avrà trovato un suo candidato, perché questo a me sembra il loro problema: nessuno di noi quattro va bene, neppure Cuperlo, perché ognuno di noi rappresenta una minaccia per lo status quo».
Secondo lei le regole delle primarie saranno modificate?
«Bisognava fare il congresso subito, a primavera, con le regole che abbiamo già. Come si è visto allungare i tempi non risolve nessuno dei problemi, anzi semmai li aggrava, le regole devono essere degli strumenti, non possono cambiare il corso delle cose».
Stavolta lei si trova d’accordo con Renzi. E anche con Cuperlo e Pittella. Tutti schierati per le vecchie regole.
«Tutti tranne uno, e cioè il candidato che ancora non c'è, quello della maggioranza attuale. Se lo avessero già trovato non staremmo qui a discutere ancora di regole. E gli elettori forse ci capirebbero un po' di più. Per paradosso mi viene da dire: allora ci dicano che c'è l'emergenza nazionale e che bisogna sospendere la vita democratica del Pd per non mettere in difficoltà il governo Letta. Il problema vero è che se vince uno dei noi quattro, compreso Cuperlo, qualche

sabato 20 luglio 2013

LA NORMALITÀ DEVIATA - STEFANO RODOTA' su REPUBBLICA

Molti fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso qualche fuoco d’indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia, non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono a quella “normalità deviata” che caratterizza ormai da anni il funzionamento del sistema politico. Ha corroso il costume civile, accompagna il disfacimento del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l’unica, riconosciuta forma di normalità istituzionale. 
Lasciando da parte la responsabilità oggettiva per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo giochi la responsabilità politica. Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa, creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzionali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste strutture produce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce con l’essere considerata come una insidia, un rischio. 
Guai a farla valere se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri faticosamente o acrobaticamente costruiti. Questo particolare tassello della normalità deviata finisce con il rivelare la più profonda distorsione del nostro sistema politico – l’essere ormai prigioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l’argomento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la possibilità di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostrano i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margine di manovra. 
Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien forte la tentazione di pronunciare un “elogio della follia